martedì 3 giugno 2008

Alessandra Kemeny















Tre poesie

Immagina 45 millimetri
bianco e nero
soggettiva, fiori nel giardino
piano americano
mio padre
cappello in testa seduto
davanti a un foglio mezzo pieno
inchiostro nero
dita da pugile e un sorriso
più grande del cielo.
immagina, protagonista guarda la camera
piano americano
alza il cappello
e come solo gli gnomi sanno
scappa via
fra funghi e tra cicale
immagina, panoramica
della mia infanzia con mille sogni
ed una sola certezza
anche i poeti ridono.


Vivo solo quando
non respiro
se respiro esisto
la vita sparisce soffocata
dalla pietra gravità
i sogni non cadono come le mele
ed il mio cuore
si appende
all’altalena dell’onirico


Tra la terra e il cielo
vampate di fuoco
tra uomini stanchi di lottare
non si può più neanche perdere
dice il saggio
e se il trofeo era il tuo cuore
ho vinto l’assenza
di un sogno
Inesistenze


Nota bio-bibliografica

Nata a Milano nel 1977, Alessandra si laurea presso la facoltà di lettere e filosofia dell’Università Statale degli studi di Milano. Presenta una tesi di orientamento estetico filosofico sul filosofo spagnolo Ortega y Gasset intitolata “L’avventura dell’artista”, come relatore il prof. Stefano Zecchi. Si trasferisce in Spagna dove lavora quasi 3 anni come redattrice presso la più importante catena alberghiera spagnola, con sede a Palma di Maiorca. Attualmente lavora presso una compagnia aerea internazionale ed è traduttrice (dallo spagnolo all’italiano). Ha pubblicato un libriccino di poesie nel novembre del 2006 presso la casa editrice Lietocolle, intitolato “In via Silenzio”, con prefazione di Tomaso Kemeny. Interessandosi anche al linguaggio cinematografico ha progettato alcuni corti. Attualmente vive a Palma di Maiorca.


Linea poetica

La poesia per me è espressiva, più che comunicativa, lirica oltre che tecnica, soggettiva invece che imitativa del reale. E’ un canto in versi liberi verso il mondo onirico, la porta della fusione fra realtà e sogno, l’unica dimensione possibile per poter esprimere ciò che non può essere detto in una conversazione quotidiana, ma senza allontanarsi dalle parole di ogni giorno. Uno sforzo costante di unione del piccolo con l’universale, un ponte che unisce il reale con i sentimenti eterni ma soggettivi, tra l’oggi ed il mai più, tra la memoria ed il corpo, tra l’immaginazione e la sveglia del lunedì mattina. La poesia per me è un’attesa di un messaggio che viene dal reale per trasformarlo in un una dimensione soggettiva ed universale dell’io, è una promessa in versi liberi, una speranza senza descrizioni che ci dice costantemente che è possibile creare mondi migliori e possibili.


'Afinidades'

Giuseppe Conte
Alda Merini
Davide Rondoni

2 commenti:

marcodipasquale ha detto...

Non mi convince questa presunta universalizzazione dell'oggetto nella limitante versione dell'io onirizzante. La parola è di-segno, è cosa concreta che accenna ad una simbolica della quotidianità ma non certo perché mediata dal nostro sguardo desiderante e acquisitorio. La parola della poesia si stacca come pelle quando la realtà ci scotta, brucia e incide in profondità. Noi siamo soltanto penne pensanti che tentano (anche se spesso invano) di restituire al resto dei cogitantes una scheggia quanto pù acuminata possibile del mondo. La lirica, se esiste, risiede a parer mio nel drammatico sforzo dell'aderenza che il più delle volte resta deluso.

mdp

Alessandra ha detto...

Caro Marco, la poesia é poesia. Una tautologia inevitabile. Le linee poetiche servono forse per aprire un dialogo in prosa sulla poesa, la “meta poesia” se la possiamo chiamare così. Abbiamo una diversa prospettiva del concetto di parola, se per te è di-segno, per me è ermes, messaggio, chi scrive regala un messaggio nuovo a chi lo vuole ricevere. E purtroppo credo che hai ragione, che invano scriviamo poesie, perchè sono fini a se stesse, sempre ho creduto che è meglio leggere una bella poesia piú che scriverla, per lo meno è un’esperienza molto più gratificante. Scrivere in generale è generosità in tutti i sensi, e ti ringrazio di aver scritto questo commento.
Se per te il mondo onirico, la lirica inesistente, sono assenza di aderenza, delusioni del reale, per me sono boccate d’aria. La poesia aderisce all’incoscio e il linguaggio dell’inconscio sono i sogni. Ora se si vuole vivere in un mondo dominato dalla coscienza, sono daccordo con te, la mia “poetica” è vigliacca e fugge da ciò a cui non appartiene. Ma non posso evitare di cercare gli infiniti mondi possibili di Bruno e uno dei cammini forse è l’illogicitá delle nostre fantasie, rifiuti della logica del mercato e del logos, frontiere dei cogitantes, come tu dici. Cogito ergo sum, lo traduco in sogno quindi vivo.